Torino città del cinema
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ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

Persone



Vittorio Cottafavi

Modena, 30 gennaio 1914 - Roma, 14 dicembre 1998, Italia
 
Regista
Diplomatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia, Cottafavi comincia a lavorare nel mondo del cinema come sceneggiatore e aiuto regista al fianco di Goffredo Alessandrini e Aldo Vergano. Esordisce alla regia nel 1943 con il film I nostri sogni, tratto da una commedia di Ugo Betti; nel 1949 porta sugli schermi la vita di Salvo D’Acquisto in La fiamma che non si spegne, film fortemente criticato dalla critica del tempo che poco gradisce la rappresentazione eroica che il regista fa del carabiniere protagonista. Negli anni Cinquanta, pur muovendosi tra gli schemi di generi ben consolidati, riesce ad esprimere una forte personalità autoriale e ad  imporre il suo stile con film originali e ben realizzati. Il suo contributo al filone del melodramma si realizza attraverso una pentalogia tutta al femminile che comprende i film Una donna ha ucciso (1952), Traviata ‘53 (1953), Una donna libera (1954), Nel gorgo del peccato (1954), In amore si pecca in due (1954) in cui analizza una serie di figure di donne rivelando grande sensibilità e attenzione psicologica. Particolarmente interessante è Traviata 53, adattamento in chiave contemporanea de La signora delle camelie di Dumas figlio. A fare da sfondo alla storia è una Torino milanesizzata, in cui si consuma il dramma della protagonista ed emerge un ritratto lucido e acuto della borghesia dell’epoca. Sostanzialmente ignorato in Italia, il film è molto amato dalla critica francese: François Truffaut, dopo aver lodato l’umanità e la verità dei personaggi, accosta il film a Cronaca di un amore di Antonioni. Cottafavi, che era già venuto a Torino per girare Il boia di Lilla - La vita avventurosa di Milady, torna in città in occasione dei film Il cavaliere di Maison Rouge, Avanzi di galera e Il diavolo sulle colline (dal romanzo di Cesare Pavese). Di notevole importanza è pure l’apporto di Cottafavi al genere storico-mitologico. Suoi sono infatti La rivolta dei gladiatori (1958), Messalina (1960), Le legioni di Cleopatra (1960), Ercole alla conquista di Atlantide (1961) I cento cavalieri (1964). Considerato da alcuni come il suo capolavoro, quest’ultimo film non incontra però il favore del pubblico. L’insuccesso commerciale lo spinge a dedicarsi alla televisione per la quale, lungo più di venticinque anni di carriera, dirige circa sessanta tra film e sceneggiati, tra i quali: Umiliati e offesi da Dostoevskij (1958), Vita di Dante (1965), Cristoforo Colombo (1968), Una pistola in vendita (1970), A come Andromeda (1972), Con gli occhi dell’Occidente (1979).





Negli anni Cinquanta, Torino era diventata un po’ la legione straniera del cinema italiano. A capo di tutto c’era Venturini, che era stato messo da parte perché aveva lavorato con Mussolini. C’ero io, che non mi ero ancora del tutto ripreso dalle stroncature veneziane per La fiamma che non si spegne, e così via. Però si guardava al futuro, si facevano coproduzioni con la Francia, si faceva il lavoro al meglio. Come spesso mi è successo, gli italiani non si accorgevano di quanto facevamo mentre i francesi lo capivano; nessuno è profeta in patria, dicevano i latini... Ad esempio, mi interessava molto l’uso dei silenzi. Con il cinema sonoro si è avuta una degenerazione. Tutti parlano in fretta, non si zittiscono mai: quanta nostalgia per il silenzio! Tornare ai greci. Cos’era il coro in realtà? Esponeva i fatti; i dati erano tutti esposti. Si potrebbe poi procedere in silenzio, che però deve essere significante e permettere la penetrazione del personaggio. Ho cercato questo soprattutto in Traviata ’53. Cercavo l’interiorizzazione. E l’obiettivo entra nell’animo: con la macchina da presa arriviamo a una scoperta graduale del personaggio. All’atto di girare il film ci stupiamo noi stessi delle scoperte della macchina da presa. Pensiamo a Ordet di Dreyer: la natura umana, la vita, la morte sono estratte dall’interno dei personaggi ed esibite. Del cinema mi interessa soprattutto questo, e non c’è differenza se il film è in panni moderni o in costume visto che si può ottenere lo stesso risultato, l’importante è avere chiaro il fine ultimo. Quando negli anni Cinquanta lavoravo a Torino, lo facevo con questo spirito. Poi sono tornato in Piemonte nel 1983 per girare Il diavolo sulle colline, da Cesare Pavese. Mi incuriosiva l’idea di girare Pavese nei luoghi dove lui aveva vissuto e dove aveva ambientato le sue storie. Dal primo sopralluogo compresi che si poteva fare, con pochissimi accorgimenti. Era per me un motivo sufficiente per girare il film: tanto per cambiare, piacque in Francia ma non in Italia».
(in Torino città del cinema, a cura di D. Bracco, S. Della Casa, P. Manera, F. Prono, Il Castoro, Milano, 2001).






Film
titoloregiadatanote
Il boia di Lilla - La vita avventurosa di MiladyVittorio Cottafavi1952Italia/Francia, 35mm, 88', Colore
Il cavaliere di Maison RougeVittorio Cottafavi1953Italia, 35mm, 90', B/N
Traviata ’53Vittorio Cottafavi1953talia/Francia, 35mm, 105', B/N
Avanzi di galeraVittorio Cottafavi1954Italia, 35mm, 89', B/N
Il diavolo sulle collineVittorio Cottafavi1984Italia, 35mm, 90', Colore




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