Torino città del cinema
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ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

Lungometraggi



Una lunga lunga lunga notte d'amore
Italia, 2000, 35mm, 100', Colore

Altri titoli: A Long Long Long Night of Love, Une longue longue longue nuit d’amour

Regia
Luciano Emmer

Soggetto
Luciano Emmer

Sceneggiatura
Luciano Emmer

Fotografia
Bruno Cascio

Operatore
Gianluca Fava

Musica originale
Nicola Zaccardi

Musiche di repertorio
J. Brel, M, Aricò , D. Bovell, I Macaco, A. Ghezzani, F. Chopin, Capaldo-Gambardella, A. Falconi-Fieni-Falvo, B. M. Mancini

Suono
Fabio Felici, Giuseppe Napoli

Montaggio
Adriano Tagliavia

Scenografia
Fiorella Cicolini, Elena Barattero

Costumi
Silvia Nebiolo

Trucco
Nadia Ferrari, Pina Di Tommaso, Danila Marchetti

Aiuto regia
Katia Franco

Interpreti
Giancarlo Giannini (Marcello), Marie Trintignant (Irene), Isabelle Pasco (Elena), Ornella Muti (Egle), Eljana Nikolova Popova (Anna), Marina Confalone (Carla), Gloria Sirabella (Cristina), James Thiérrée (Gabriele), Silvia De Santis, Francesca Antonacci, Franco Interlenghi, Alessia D’Apote, Yari Gugliucci (Andrea, voce)

Casting
Maura Cuda

Direttore di produzione
Massimo Di Rocco, Marisa Grieco

Ispettore di produzione
Diego Cavallo, Sabina Pagliei

Produttore esecutivo
Gerardo Pagliei, Elisabetta Riga

Produzione
Gherardo Pagliei, Elisabetta Riga per Gam Film, New Film 7 International, Rai Cinema

Note

2720 metri.

Canzoni e brani musicali: Chanson des vieux amants di J. Brel, Dancix di M, Aricò, Dimmi che nome hai, Africa Party, In vacanza, Chief Master di D. Bovell, La raiz di I Macaco, Manuc, Araba lusi di A. Ghezzani, Valzer in la minore di F. Chopin, Come facette mammeta di Capaldo-Gambardella,  Uocchie c’arraggiunate di A. Falconi-Fieni-Falvo, Tango della laguna di B. M. Mancini; organizzatore generale: Giovanni Saulini..

Il film è stato prodotto con il patrocinio del Comune di Torino e con il sostegno del Dipartimento dello Spettacolo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e di Film Commission Torino Piemonte.





Sinossi
Tra il 21 e il 22 dicembre, nella notte più lunga dell’anno, sei vicende d’amore disperato vengono raccontate dalla parte delle donne. Le sei storie si intrecciano in un percorso onirico sulle autostrade che circondano Torino, alla stazione, nei bar notturni, nelle case, nelle strade della città.



Dichiarazioni

«Per Una lunga lunga lunga notte d’amore, quando per ragioni produttive si è scelto Torino come set, ho scoperto una città meravigliosa. Giravo molto di notte e con Giancarlo Giannini mi sono innamorato di Torino. Lui e io abbiamo fatto lunghe passeggiate notturne» (L. Emmer, in D. Bracco, S. Della Casa, P. Manera, F. Prono, a cura, Torino città del cinema, Il Castoro, Milano, 2001).

«Tutti corrono dietro la stessa cosa: l’amore. […] In Una lunga lunga lunga notte d’amore la storia d’amore attraverso le onde radio, prima della scoperta della droga era banale. In fondo si tratta di una storia molto intellettuale ma nello stesso tempo è molto toccante. Qualcosa che all’inizio è intellettuale può diventare umano, quando lo giro» (L. Emmer, in S. Francia di Celle, E. Ghezzi, a cura, mister(o) Emmer. L’attenta distrazione, Torino Film Festival, 2004).

«Avrei voluto realizzare il mio film a Parigi, ma sono contento di averlo girato a Torino, perché più intima e raccolta. Le settimane trascorse per la lavorazione le ho passate soprattutto intorno alla stazione, cioè nella zona dove di notte giravamo gran parte delle scene. Ricordo che andavamo a cena da Maria alla trattoria Alba, con Giannini mangiavamo alle 6.30 del mattino i bomboloni caldi prima di andare a dormire in albergo» (L. Emmer, “La Stampa”, 24.2.2001).
 
«Il Piemonte dovrebbe fare una secessione cinematografica. Il cinema italiano dovrebbe essere tutto realizzato qui e non proiettato soltanto nelle sale del Piemonte. Gli italiani che vogliono vedere i film italiani dovrebbero venire qui» (L. Emmer, “Il Giornale del Piemonte”, 23.2.2001).
 
«Ma Torino è una città bellissima dal punto di vista cinematografico. Un set perfetto. A me piace molto Torino: qui ho girato Mimì metallurgico della Wertmüller e sono venuto a fare teatro per sedici anni di seguito. È una città diversa, che però non è cambiata affatto. È impossibile stravolgere una città con così tanti angoli retti» (G. Giannini, “Il Giornale del Piemonte”, 23.2.2001).

«Luciano è un regista che non gira molto, gira quasi il montato del film, per un attore dunque è abbastanza facile; ha molto carisma, ha una grane conoscenza di cinema e con lui ci si trova benissimo. […] Il mio episodio è interamente girato di notte e finivamo all’alba, quasi, dopo cominciava la nostra avventura come un prolungamento di questa notte d’amore e d’amicizia. Passeggiavamo per Torino per due o tre ore e andavamo nei bar a prendere i cornetti, e io che sono un nottambulo mi meravigliavo di come un uomo di una certa età, quindi anche probabilmente stanco, avesse più energia di me. Quella settimana torinese è un bellissimo ricordo della mia vita» (G. Giannini, Ibidem).

«Luciano Emmer è il più poetico degli stronzi e il più tenero degli uomini. È molto colto ma non lo fa notare perché è molto elegante, ed è libero. […] Il suo film commuove e mi ricorda molto i racconti di Carver che partono da un dettaglio che può sembrare insignificante ma che ha, invece, tutto un significato, uno sfondo di parole, di umanità attraverso i particolari» (M. Trintignant, Ibidem).






Una lunga lunga lunga notte d’amore prende spunto dalla notte del solstizio d’inverno, in cui il buio dura più di quindici ore: ci sono così i presupposti perché nell’arco di tempo si possano sviluppare e intrecciare storie d’amore ricche di evoluzioni, drammatiche e non. Per un film che segna il suo ritorno al cinema – Emmer, uno dei principali registi del dopoguerra italiano, aveva da tempo lavorato per la televisione, tornando al grande schermo solo con un film realizzato alla fine degli anni Ottanta ma mai uscito nelle sale – l’autore sceglie i toni di un melodramma intenso, flamboyant, volutamente eccessivo e soprattutto dimostra di non avere perso la prerogativa più interessante del suo cinema, e cioè il saper raccontare una vicenda in cui le donne sono in assoluto protagoniste. Alcune vivono l’esperienza drammatica della droga ma non accettano di tornare alla normalità quotidiana, altre vivono sulla propria pelle il fallimento della famiglia, altre ancora trascorrono la notte in un autogrill, cercando un amore che poi rifiuteranno, e lo sfondo è fornito da una Torino notturna e tetra come non si era mai vista.

Tante sono le vicende, tanti i personaggi. «C’è un uomo che incontra una ragazza su un treno e non riesce a trattenere le emozioni, c’è una donna che fugge nella notte da se stessa e dalla vita quotidiana, ci sono altre due donne che verificano l’amore per il compagno e quello per le generazioni future. C’è tanta passione e tanta disperazione: e tutto questo nella notte plumbea che avvolge Torino, vista però come città impersonale, europea. E c’è soprattutto uno sguardo attento, profondo e rispettoso nei confronti dell’universo femminile: uno sguardo che Luciano Emmer, uno dei più importati rgti del dopoguerra, ha sempre mostrato nei suoi grandi capolavori […] E un cast di prim’ordine: Isabelle Pasco mai così brava, Ornella Muti, Giancarlo Giannini, tutti seguiti passo passo da una regia che li ama. Un melodramma intenso, vissuto, fiammeggiante, fatto di dialoghi eccessivi e di musica avvolgente. Solo per amanti di un genere che presuppone, per essere compreso, di essere innamorati del melodramma» (S. Della Casa, “Film TV”, 27.2.2001).

Già nei film realizzati negli anni Cinquanta Emmer «manifestava una predilezione per i caratteri femminili, non frequente nel cinema italiano, che trova conferma a distanza di cinquant'ani. Ma se il suo esordio nella regia non era esente da pessimismo, ora pare che le cose vadano decisamente peggio. Pur assumendo il ruolo di un testimone silenzioso, mai ostile, Emmer guarda i personaggi senza molte illusioni: i rapporti fra i due sessi sono sottili, fragili, sempre a rischio di spezzarsi e svanire. Ironicamente, solo una coppia canina fugge verso un avvenire promettente con la complicità di un esasperato padrone di cui vediamo soltanto i piedi. Nelle brevi storie d'amore raccontate dal regista ottuagenario c'è ancora abbastanza tenerezza: ma ci sono anche un'amarezza e una disillusione, che lasciano in bocca un sapore acre» (R. Nepoti, “la Repubblica”, 3.3.2001).

«Ha aspettato ancora una volta parecchio Emmer per descriverci la dolce fatalità del suo 21 dicembre. Ma è tornato. Anche se solo per poco più di un'ora e mezzo. Ed è proprio nel giro di una lunga, semplice notte, che il suo cinema viene ripercorso da capo a fondo. Remake impossibile da farsi, da compiersi, da pensarsi. Eppure presente, attuale nel suo disincanto di fondo, preciso nel suo rirenarrarsi con l'ansia stupita della prima volta. Nel suo ultimo sogno, Emmer rincorre le ombre della sua passata ispirazione. Torna nel dormiveglia incantato di occhi ormai vecchi nei luoghi obsoleti della memoria (piccole stanze semivuote, personaggi in cerca di loro stessi, squarci paesaggistici che sanno di città, di macchine, di progresso che avanza, confessioni in punta di cuore) e li ripercorre con uno sguardo malinconico, struggente, passato. Avvolta dalle spire di un Tempo che accarezza i propri simulacri umani con la leggerezza di un battito d'ali e la gravità di orologi che non si fermano, la "recherce" emmeriana si nega sin da subito come struttura inconscia indirizzata ad approdi certi e definitivi. Vive la transitorietà illusoria dell'attimo gettandosi nelle curve pericolose di una memoria accarezzata con commozione, con pudore. E si immerge nel nero della notte per rinascere a nuova visione, a nuovo sguardo su di una realtà che almeno di notte conserva i vaghi contorni di quella che fu. [...] Amore sognato, amore inseguito, amore perso e magari ritrovato. Qui non si tratta neanche uno di questi casi. L'amore è assente. Contraddice la propria radice ontologicavisibile per annullarsi nel nonesistente e perdersi in un fuoricampo totale (al quale paradossalmente sono confinati molti corpi assenti del film). In un blackout di forme che non rispondono più ad alcun contenuto per un'incompiutezza insita nelle loro fibre che è forse la cifra più caratteristica del film» (F. Ruggeri, “Film” n. 52, luglio-agosto 2001).
 
«La stazione deserta (e anch'essa come il museo romano “fuori servizio”, visitabile solo in quanto set) è tempio di un magico rituale di transustanziazione, contenitore ideale di altri luoghi non meno comuni e non meno consacrati (d)al cinema così come la notte, spazio cancellato e tempo interrotto, è il suo non luogo d'elezione. Caselli autostradali, autogrill, motel: il salone di bellezza prima della chiusura, il ristorante, i caffè che restano aperti fino all'alba, un appartamento troppo nuovo e altri due troppo calpestati da un ininterrotto andirivieni, la mansarda lontana anni luce dalla casa sottostante, la villa in collina blindata ma non abbastanza da impedire alla vergine cuccia di affacciarsi al verone, luoghi anonimi ma abitati da voci sommesse o isteriche, da corpi inquieti che li plasmano sulla loro duttile fisicità. Finestre aperte sul buio, muri che respirano la notte. E sono le onde sciolte nell'etere di radio e telefono, l'aria “vuota” che rimanda l'eco dei passi, delle brevi parole, di una canzone, del proprio affanno in un atrio deserto, o quella frizzante e “trasgressiva” che sorprende all'uscita da un locale caldo e fumoso, a farsi portatrici di messaggi cifrati. In questa dimensione indefinita anche il raccontare, come il vivere, rimane sospeso, in folle, e lascia i personaggi liberi di (e gli attori doppiamente costretti a) interpretarsi, soli, o incuranti di non esserlo, ammaliati dalla “favola bella” che brevemente li illude» (A. Preziosi, “Segnocinema” n. 109, maggio-giugno 2001).


Scheda a cura di
Matteo Pollone

Persone / Istituzioni
Luciano Emmer
Bruno Cascio
Giuseppe Napoli
Silvia Nebiolo
Giancarlo Giannini
Marie Trintignant
Isabelle Pasco
Ornella Muti
Franco Interlenghi

Luoghi
NomeCittàIndirizzo
caffè LeriTorinocorso Vittorio Emanuele
Solferino, piazzaTorinopiazza Solferino
stazione Porta NuovaTorino-



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