Torino città del cinema
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ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

Lungometraggi



Colpo d’occhio
Italia, 2008, 35mm, 110', Colore

Altri titoli: At a Glace

Regia
Sergio Rubini

Soggetto
Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini

Sceneggiatura
Angelo Pasquini, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini

Fotografia
Vladan Radovic

Operatore
Raffaele Massa, Emanuele Chiari, Roberto De Nigris, Guido Cimatti

Musica originale
Pino Donaggio

Suono
Tullio Morganti

Montaggio
Giogiò Franchini

Effetti speciali
Nando Sabelli, Leonardo Cruciano

Scenografia
Luca Gobbi

Arredamento
Eleonora Devitofrancesco

Costumi
Patrizia Chericoni, Florence Emir

Trucco
Paolo Gattabrusi, Paola Fracchia

Aiuto regia
Gianni Costantino

Interpreti
Sergio Rubini (Lulli), Riccardo Scamarcio (Adrian Scala), Vittoria Puccini (Gloria), Richard Sammel (Svensson), Paola Barale (Sonia), Emanuele Salce (Righi), Giancarlo Ratti (Nicola), Giorgio Colangeli (funzionario di Polizia anziano), Alexandra Prusa (Emma Bauer), Flavio Parenti (Claudio), Nenad Lucic (Frank), Sara D'Amario, Claudia Giannotti, Enrico Antognelli, Julka Bedeschi

Casting
Gianluca Greco

Direttore di produzione
Marta Razzano, Verena Maria Baldeo

Ispettore di produzione
Cinzia Taffani, Desiree Pfluger

Produttore esecutivo
Guido De Laurentiis, Matteo de Laurentiis

Produzione
Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz per Cattleya

Distribuzione
01 Distribution

Note
Operatore steadicam: Roberto De Angelis, Sebastiano De Pascalis, Antonella Emidi, Sacha Ippoliti; fotografo di scena: Claudio Iannone; suono in presa diretta; brani musicali: Insolita (F.Sorcino), Christopher Columbus (L.Berry-A.Rozof), Bloodstream (C.James-Kidkonevil-R.Buchanan), Porto antico (G.Mazzocchetti), Sonata 5 in G minor vivace (A.Corelli), Quintetto in Mi maggiore (L.Boccherini), Dipper - Babele City (U.De Crescenzo-E.Colombo), Deutsche Tanz Op. 33 (F.Schubert); direttore d’orchestra: Maurizio Abeni; orchestra: Bulgarian Symphony Orchestra; montaggio degli effetti sonori: Gianluca Basili, Antonio Tirinelli; consulente artistico: Gianni Dessì; assistente al montaggio: Giorgia Villa; assistente scenografo: Sandro Piccarozzi; assistenti costumisti: Mario Vittorio Castegna, Laura Vannoli; sarte: Lucida Gabriella Zerga, Roberta Ciciani, Emanuela Pagliarini, Gisa Rinaldi; parrucchiere: Fabrizio Nanni; secondo aiuto regista: Gianluca Mizzi, Barbara Weigel (Berlino); assistente alla regia: Tommaso Martelli, Marco Gatti (Piemonte); altri interpreti: Lydia Biondi, Pierluigi Corallo, Paolo Giommarelli, Corina Mirela Jiga, Franco Olivero, Enzo Provengano, Monica Rametta, Federico Restani, Cristina Serafini, Aida Valzan, Erica Piccotti, Arianna Tornari;  organizzatore generale: Guido De Laurentiis; location manager: Simona Prosperi, Federico Fusco, Emanuele Perotti (Piemonte), Domenico La Spada (Abruzzo), Dorothea Kunzig (Berlino), Tommaso Dabalà (Venezia); segretari di produzione: Alessandro Miscelo, Alice Marchitello, Julia Kaczmarek (Berlino), Fabrizio Weiss, Cristina Olivari (Venezia); aiuto segretari di produzione: Stefano Taurino, Gildo Lavia, Loretta Di Tuccio, Gianluca Lanari, Aldo Urzini; segretarioo di edizione: Paolo Bonelli; aiuto segretaria di edizione: Marta Florian; produttore delegato: Gina Gardini; collaborazione alla produzione: Rai Cinema.
 
Le opere d’arte di Adrian Scala presenti nel film sono realizzate da Gianni Dessì.
 
Film realizzato con la collaborazione di Film Commission Torino Piemonte, il contributo del Ministero dei Beni e Attività Culturali, della Regione Lazio e la collaborazione di Roma e Lazio Film Commission.
 
Locations: Torino, Moransengo (TO), Teramo, Roma, Venezia, Berlino.




Sinossi
Adrian Scala è un giovane scultore desideroso di affermare il suo talento nel mondo dell’arte. Nella sua prima esposizione all’interno di una collettiva di esordienti, la sua personalità balza agli occhi di Gloria, una giovane studiosa d’arte. Tra i due nasce subito un’intesa e ben presto Gloria diventa per Adrian compagna e fonte ispiratrice. Ma un noto ed influente critico, Lulli, già amante di Gloria, si interessa al lavoro di Adrian il quale ne trae benefici e raggiunge il successo, affidandosi al totale controllo del critico. Ciò determina la rottura del suo rapporto con Gloria. Ma la strategia di Lulli prevede un finale drammatico...



Dichiarazioni
«Sono approdato all’arte contemporanea per strani percorsi. L’idea iniziale era di fare un film che raccontasse il conflitto tra un uomo maturo e un giovane, tra un intellettuale, un ragionatore, e un istintivo, e così sono finito a un critico e a un artista; ma sulle prime pensavo a un musicista. È stato Scamarcio che mi ha fatto cambiare idea: sua madre è una pittrice. Ma portare la pittura al cinema non è facile: si tratta di due superfici piatte - la tela, lo schermo. Così siamo passati alla tridimensionalità della scultura e, considerato che oggi lo scultore “classico” è una figura desueta, abbiamo costruito quell’artista “multiforme” e a tutto tondo a cui l’arte contemporanea ci ha abituato. Per raccontare credibilmente un ambiente così sdrucciolevole, ancor prima di cominciare a scrivere, con Angelo Pasquini e Carla Cavaluzzi, i miei co-sceneggiatori, abbiamo subito sentito il bisogno di individuare un “Virgilio” che ci facesse strada: Gianni Dessì. E’ grazie alla sua preziosa collaborazione che siamo riusciti a contestualizzare la storia. Il nostro intento comunque è rimasto sempre lo stesso: raccontare personaggi verosimili e dinamiche possibili senza però la pretesa di esprimere giudizi di sorta. [...] Man mano che il film prendeva corpo, abbiamo deciso che non solo le opere di Adrian Scala – il personaggio interpretato da Scamarcio – fossero realizzate dallo stesso Dessì ma che questi diventasse il curatore di tutte le mostre raccontate nella storia. È il curatore nel senso che ha scelto gli artisti con la coerenza con cui il curatore svolge il suo compito. Insieme al lavoro fatto - di ricerca di spazi e costruzione di ambienti - dallo scenografo che da sempre collabora con me, Luca Gobbi, ne è venuto fuori un risultato a mio parere molto efficace. Nel film appaiono solo opere vere, niente pezzi da laboratorio di scenografia. Dessì, in fase di preparazione, ha anche lavorato assiduamente con Scamarcio. In questo modo Riccardo ha potuto prendere dimestichezza con gli strumenti e i materiali usati dall’artista che poi avrebbe interpretato» (S. Rubini, dalla Cartella Stampa della Produzione).
 
«[...] per me venire qui, dietro la macchina da presa, è stato mettere a segno una meta; che mi ero prefisso guardando Profondo rosso di Dario Argento: a chi non è rimasta in mente la scena in piazza Cln? [...] Torino è una delle città più ricche di collezionismo d'arte, e poter allestire un set in posti meravigliosi come i castelli di Rivara, o di Moransengo, ci ha permesso di girare in mezzo a opere d'arte vere, non uscite dai laboratori di scenografia. [...] Torino. dovrebbe essere di nuovo la capitale d'Italia, basta con la Roma della pastasciutta! [...] il film sta dalla parte dell'artista, perché Adrian ha il dono della leggerezza, dalle superficialità, che per quanto negativa dà la possibilità di commuoversi. È un film cinico, cerca l'istintività e non l'uso della ragione» (S. Rubini, “La Stampa”, 20.3.2008).
 
«Sergio mi ha raccontato che voleva fare un film su un artista che si imbatte nel mondo dell’arte e che si ritrova poi a vivere tutta l’ambiguità e la difficoltà nella gestione dei rapporti umani e professionali. La scelta dello scultore è arrivata da un mio suggerimento sulla pittura che poi Sergio ha metabolizzato e indirizzato verso la scultura. Il film rappresenta proprio questo rapporto tra l’arte e gli ostacoli che un’ artista incontra nell’espressione di sé ed è un meccanismo molto interessante dal punto di vista umano. [...] Ci sono molti punti di contatto tra me e Adrian Scala, ma anche grandi differenze. Io ho un profondo rispetto per la vita e il mondo dell’arte, mentre Adrian è un artista giovane che cerca di trovare canali che permettano alla sua arte di ottenere riconoscimento. C’è tutto un mondo di critici e giornalisti che  conferiscono il valore all’opera creata, e questo è l’elemento per il quale è stato deciso di optare per uno scultore e non un musicista; perché riconoscere il potenziale di una scultura è molto più complicato. Comunque il mio personaggio non è così pusillanime, anzi è un‘artista che semplicemente non può fare a meno di voler esprimere la propria identità attraverso l’arte, attraverso le sue sculture. [...] I personaggi alla Lulli esistono anche nel mondo del cinema, in maniera magari più estrema o meno estrema, però ci sono e possono essere vari. Personaggi che collaborano con gli artisti e molto spesso gli sono vicini, che vivono una frustrazione, conscia o inconscia, tale da farli diventare dei grandissimi manipolatori e da fargli dimenticare gli aspetti fondamentali dell’essere artista. Questo è un film dai molti colori e dalle molte sfaccettature; mi piace pensare che Lulli rappresenti il nero e Gloria il bianco, e che sia Gloria che Lulli siano due componenti di Adrian, la coscienza e il male» (R. Scamarcio, dalla Cartella Stampa della Produzione).
 
«Gloria è un personaggio molto drammatico perché all’interno di questa storia è portatrice di una verità che all’inizio solo lei intuisce. Purtroppo è destinata a non essere creduta da nessuno e arriva al finale del film con una confusione tale dentro di sé per cui non riesce più a capire se quello che intuisce è effettivamente giusto o meno. Non posso spiegarlo meglio altrimenti rischio di svelare troppo. [...] Sono molto contenta di aver fatto parte di questo progetto, perché qui c’è una sorta di sintesi del percorso professionale di Sergio nella sua interezza. Il suo modo di lavorare sugli attori è molto forte perché ti spinge ad utilizzare corde diverse dalle tue, a cercare strade più difficili rispetto a quelle che sceglieresti normalmente, quindi molto appagante. [...] Con l’arte io ho un rapporto molto stretto. Così come Gloria, anch’io sono stata educata all’arte fin da piccola; mio nonno paterno, infatti, è stato per tanti  anni Sovrintendente ai Beni culturali di Firenze ed ha ristrutturato molti edifici, chiese e palazzi importanti sia nella città che nella provincia di Firenze. Sono cresciuta in mezzo ai libri di storia dell’arte e adoro andare nei musei ad osservare i quadri o le opere d’arte. Un rapporto molto emotivo, non dico di soffrire di sindrome di Stendhal, però mi è capitato di commuovermi davanti  ad una statua del Canova o a un quadro del Caravaggio» (V. Puccini, dalla Cartella Stampa della Produzione).
 
«Per quanto riguarda le opere ce ne sono alcune nate appositamente per il film, in stretta relazione con la sua scrittura, quali la " testa" della prima esposizione di Adrian una sorta di autopresentazione (autoritratto), quelle degli "abbracci" (nate nel pieno della relazione con Gloria, una splendida Vittoria  Puccini) e la sfera di Claudio, l'opera che dannerà il protagonista di cui riconosco la paternità. Altre sono nate più per uno spirito di servizio e sono quelle opere, anche nel film, incerte quali la "fontana" e quella selva di intrecci che lui distruggerà. [...] Personalmente penso all'arte come esemplarità, come ad un "fare", un "agire" che si  "compie", che trova il suo destino, il suo senso; questa moralità è ciò che la fonda e quindi è l'irrinunciabile» (G. Dessì, dalla Cartella Stampa della Produzione).





«È vero, esistono critici d'arte onnipotenti (Germano Celant non ideò la Transavanguardia?), artisti abitanti in palazzi sontuosi con arazzi e pavimenti di marmo (la casa romana di Mario Schifano non era al Museo Napoleonico?), vernissage intensamente mondani, vivo cosmopolitismo intorno all'arte contemporanea. Sergio Rubini evoca questo mondo dell'arte in Colpo d'occhio, film insolito e non riuscito illuminato dalla gran bellezza fuori moda di Vittoria Puccini. [...] Ambienti, paesaggi, palazzi sono scelti bene, con una grandiosità rara nel nostro cinema sempre tra quattro anguste pareti. Se il film non può dirsi riuscito è per la sceneggiatura. La storia manca di semplicità e di linea, mette insieme un minestrone di personaggi e aspirazioni: eppure è comunque interessante» (L. Tornabuoni, “La Stampa”, 21.3.2008).
 
«Dico subito che io faccio spudoratamente il tifo per un film come Colpo d'occhio. Perché è un film di genere, tenta di coniugare la qualità e l'intrattenimento, fa attenzione al lavoro degli attori, cerca d'intavolare un discorso sul potere e chi lo detiene senza didascalismi o tesi preconcette. Tra l'altro, Colpo d'occhio sfata una leggenda che circola da tempo nell'ambiente dello spettacolo, per cui l'attore, o l'attrice, che si impongono al pubblico attraverso un prodotto Tv, non possono fare cinema. Ebbene, stavolta Vittoria Puccini smentisce il preconcetto. [...] Nella gamma dei toni della recitazione, Vittoria Pucciní trascorre con naturalezza e credibilità dal pianissimo della sottomissione a chi detiene il potere, all'andante dell'inevitabile conversazione quotidiana con i fantasmi del mondo dell'arte, al sostenuto della presa di coscienza sulle persone e le cose, al fortissimo dello slancio e della passione. Cambi di tono e registro che consegnano al personaggio della preda, in simultanea, fragilità e energia. La preda è certo catturata, ma non ingabbiata, e se poi sguscia e fugge, non è mai, come deve essere, integralmente fuori dal proprio ruolo di preda. Stabiliti i limiti a valle e a monte del personaggio, la magnifica preda, Vittoria Puccini modula l'interpretazione oscillando fra gli estremi della vittima e di colei che infine, tutto sommato, sarà l'unica a vincere. Senza che la vittima, però, sia mai bersaglio inerte ed ottuso, e senza che la vittoria finale significhi sconfiggere davvero il destino che è stato ormai innestato dentro di lei. È un peccato, invece, che Riccardo Scamarcio ancora non sappia giocare e oscillare sui registri che il personaggio gli offre. Là dove può insistere sul trattenuto, sull'enigmatico, gli occhi chiari e leggeri fra i capelli grassi e scavati, la macchina da presa gli restituisce a dovere l'immagine del ruolo interpretato. Quando è chiamato al salto di tono, la gestione di un picco risolutivo del racconto, purtroppo, l'enigma si frantuma e affiora l'approssimazione del copione alla prima lettura. Con Sergio Rubini, infine, precipitiamo nell'eterno dilemma del regista che fa l'attore e del grande attore che vuole essere caparbiamente anche regista. Io non so come davvero vadano le cose, ma si ha l'impressione, in casi come questo, che l'attore anche regista si occupi principalmente degli attori, ed è cosa buona e giusta, mentre tutto il resto sia affidato a un direttore della fotografia il più possibile occhiuto e sontuoso. Per cui, nella maggior parte dei casi, il piano visivo del film è affidato alle evoluzioni multiuso della steadicam, oppure la scena viene coperta da riprese effettuate da ogni angolazione possibile, che in fase di montaggio saranno poi sezionate e allegate» (F. De Berardinis, “Segnocinema” n. 151, maggio-giugno 2008).
 
«L'universo artistico, rappresentato attraverso i meccanismi della scalata al successo, tra cocktail, mostre e personaggi influenti che muovono le fila di tutto, è stato descritto con l'aiuto dell'artista Gianni Dessì che ipotizza accoglienze polemiche proprio dal suo mondo: “L'arte è uno dei personaggi di questo film, nel mio ambiente qualche irritazione potrebbe esserci per aver mostrato qualcosa che è sempre chiuso in un ambito ristretto”» (F. Caprara, “La Stampa”, 18.3.2008).
 
«Rubini non vuole con questo film dire la sua sul mondo dell'arte contemporanea, dei suoi rituali, delle sue baronie e pochezza (anche se affonda spesso il coltello nella ferita, arrivando volentieri all'osso). Quel che gli interessa è la definizione, e il racconto, di un rapporto tra un maestro e un allievo, tra un adulto e un giovane, tra un critico e un artista, tra un attore d'esperienza e uno giovane, bello ma inesperto. È proprio quest'ultima chiave che sprigiona e definisce tutte le altre: la lettura psicoanalitica del rapporto tra due attori di generazioni diverse, mascherati da critico e artista. È indubbia e palese l'ammirazione che Rubini ha per Scamarcio, considerato dal regista un talento puro che scatena incontrollate reazioni nel pubblico. Altrettanto indubbia, però, e inconsapevole e inconscia, è la volontà di insidiare una gerarchia di valori che preferiscono la bravura alla bellezza. Scamarcio avrà una bellezza misteriosamente potente (valore certo importante al cinema), ma non ha ancora maturato un'arte recitativa, né la capacità di “fingere”... la sua vis è puramente istintuale, e non a caso le scene migliori sono quelle in cui si arrabbia. Chiedendogli molto di più di quello che può fare, è come se Rubini avesse voluto inconsciamente far fuori Scamarcio, pur dichiarando, al contrario, un'ammirazione viscerale per il bel giovane. [...] Rubini, invece, è sempre più bravo come attore e anche come regista, dimostrando con questo Colpo d'occhio di saper indagare la psiche e di saper raccontare mondi a lui lontani, come quello dell'arte contemporanea e i suoi rituali» (D. Zonta, “l'Unità”, 21.3.2008).
 
«Ambizione, manipolazione, compromesso, vendetta. La lusinga del successo e quella della giovinezza, il piano del burattinaio e i margini di scelta dei suoi burattini. Prima di tutto questo è però il titolo stesso del film e la sua prima immagine a indicare quello che sarà il motivo por­tante, il campo sul quale si giocherà la partita tra due personaggi speculari (uno giovane, senza mezzi econo­mici e sconosciuto, impulsivo, portatore dell’atto di crea­zione; l'altro più maturo, facoltoso e influente, freddo cal­colatore, depositario di conoscenza). È un occhio ad apri­re il film, elemento da lì in poi onnipresente, unico vetto­re di sviluppo narrativo: Adrian guarda Gloria osservare la sua opera, Lulli li nota dall'alto, Gloria scruta dallo spion­cino in momenti diversi l’uno e l'altro, Lulli spia i due mentre fanno l’amore, Adrian scorge la collana che ha riprodotto per Gloria mentre scende le scale con una pistola in tasca, Gloria la vede penzolare accanto al suo cadavere. E comprende È sul terreno della visione che i personaggi di Rubini si sfidano ad armi impari, rimanen­do imbrigliati in una rete inestricabile di sguardi incrocia­ti (come nella sequenza in cui, nella piazza del paesino abruzzese, Lulli si trova a metà strada tra i due giovani), tutti indistintamente soggetti e oggetti scopici, vittime e carnefici. Tutto si fa occhio, eleggendo quella circolarità a forma privilegiata della messa in scena, dagli specchi alle inferriate alle opere d'arte […]. D'altronde non potrebbe essere altrimenti, in uno scena­rio in cui la vista è eletta a organo primario. Eppure, così come avviene per l'arte contemporanea, essa dimostra la propria insufficienza e l'immagine intercettata dall'oc­chio, per preludere alla conoscenza, necessita di un elaborazione ulteriore, del filtro dell'interpretazione» (M. Toscano, “Duellanti” n. 41, aprile 2008).

«Sergio Rubini continua a compiacersi di coloriture d'eccesso che sanno di grottesco o di affabulato melò, insistendo, come ha già fatto con La terra, su un intreccio tinto di nero e di giallo e caricandolo di scaltriti risvolti di gusto hitchcockiano, angolandosi ancora una volta una figura carognesca e brutta, scivolosamente perfida, come è Diego Lulli, guru della critica d'arte. [...] Scenograficamente accurato, specie negli interni, con un suggestivo gioco di chiaroscuri, arricchito da opere d'arte dello scultore romano Gianni Dessì del gruppo di San Lorenzo, scandito con ammiccante scivolamento ritmico attorno a protagonisti di teatrica recitazione ondosa e figurine a coro spesso solo di classica presenza. Colpo d'occhio ha, tuttavia, troppi sussulti di sceneggiatura. A volte indugia, si titilla addosso, tal'altra si ingroppa o si distrae, non manca di far quadro con l'incantevole bellezza della Puccini, l'ambiguità di Scamarcio, la mefistofelica perversità di Rubini» (A. Pesce, “Giornale di Brescia”, 22.3.2008).

 
«[...] si esce dalla sala con un senso di spaesamento o forse di incompiutezza: come se le premesse dei caratteri dei personaggi non fossero state portate alle estreme conseguenze, nonostante l'esito li restituisca a un copione esistenziale già scritto nelle stelle, o, se volete, al fato. [...] Ma Colpo d'occhio è soprattutto una riflessione sul potere e sulla sua prossimità col sapere (Michel Foucault docet), ovvero sulla perversione diabolica - e contagiosa - del “professore”, Lulli appunto, la cui libido è sostanziata ormai più di violenza che di eros» (O. Iarussi, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 21.3.2008).
 
«Rubini regista non manca di verosimiglianza in certi interni, ma insiste soprattutto sulla parte che si riserva e poiché ama ritrarsi in personaggi detestabili, al suo personaggio aggiunge perfino un passo claudicante, quindi il bastone, a seguito di un incidente. Ma è un vezzo ulteriore: il critico che dipinge è odioso per l'ambiguità stessa con la quale s'intrude nell'esistenza altrui, per le capacità manipolatorie, per la sua stessa corte, a cominciare dal tremendo autista factotum. Peccato che esageri» (B. Marinoni, “La Provincia di Como”, 27.3.2008).
 
«L'aitante scultore è bello e presuntuoso; il potente critico che lo lancia solo per abbatterlo (una sorta di Andy Warhol “de noantri”) è un demone infuriato; la graziosa donna seduta intorno ai loro cuori ha l'aria di capire poco. La tragedia di pazza gelosia sarà inevitabile. In verità difeso da molti recensori, questo melodramma; diretto e interpretato dall'ambizioso Rubini, mi sembra un pasticcio memorabile, dove tutti, compresi i giovani attori, si lanciano senza rete al di là del male e del peggio» (C. Carabba, “Corriere della Sera Magazine”, 3.4.2008).
 
«Per la sua nona regia Rubini mira alto, mescolando schemi noir e accenti melò, Greenaway e Sirk. Da un lato vorrebbe rielaborare il mito del Faust in chiave soggettiva, dall'altro utilizzare il registro passionale per denunciare l'arrivismo nel mondo dell'arte. II regista de La terra non riesce però a sostenere le sue ambizioni, causa l'ansia smodata di provocare la critica a scapito della drammaturgia. L'invettiva contro i mercimoni artistici è facile e smaccata, affidata a topoi narrativi logori (Eros e Thanatos, Arte e Morte) e maschere piantate a psicologie di piombo. Poco funzionale al racconto è poi lo stile: barocco, troppo atteggiato, contrassegnato da aritmie di montaggio e frenesie di ripresa. Così, tra vezzi autoriali e snobismo cinefilo (in una delle opere in esposizione, "kit di sopravvivenza", vediamo Ordet di Dreyer accanto a una pistola), il nuovo Rubini sa di antico» (G. Arnone, “Rivista del Cinematografo” n. 4, aprile 2008).

«Occhio al "kit di sopravvivenza": è un'invenzione artistica, ma contiene, insieme a Ordet di Dreyer e altri oggetti, una pistola. “La singolarità di un'opera d'arte è di essere finta e vera allo stesso tempo”, spiegava Aristotele, ma noi sappiamo che se in un film appare una pistola, quella prima o poi sparerà. Succede nel finale di Colpo d'occhio, quasi una resa dei conti western nel contesto assolato di Ostia antica. Curioso film, questo giallo di Sergio Rubini. Trapunto di citazioni dotte, ricco di installazioni e ambientazioni, inclusa la Biennale Arte, fotografia smaltata, musiche di Donaggio in stile De Palma» (M. Anselmi, “Ciak”, maggio 2008).
 
«Dalle stanze vuote di un edificio dall’architettura moderna una voce forte e decisa scandisce una sorta di premessa all’“opera” cinematografica i cui fotogrammi hanno da poco iniziato a susseguirsi sullo schermo. La voce si muove salendo e scendendo lunghe le scale, percorrendo ampie sale dalle grandi finestre. “Pensatela come un’opera. Parteciperà ad un solenne spettacolo in tre atti. Pensatela come un’opera lirica”. [...] Rubini getta così le basi per il suo ultimo lavoro, e lo fa in prima persona (doppiamente regista) nei panni di Pietro Lulli, un importante personaggio della realtà artistica contemporanea. Lo fa rivolgendosi direttamente ad un “voi” che rappresenta più il pubblico in sala che non la schiera di giornalisti accorsa alla sua introduzione sulla futura mostra d’arte contemporanea di Berlino. [...] Ma se la confezione e le premesse appaiono a prima vista di ottimo auspicio, mancano quelle caratteristiche fondamentali per una completa riuscita di un’opera imperniata sulla psicologia: la credibilità, la profondità dei personaggi, l’equilibrio delle forze. Ai molti passaggi bruschi all’interno della pellicola fanno eco le incertezze e le debolezze dei protagonisti. [...]  Tutto questo ricade sullo spettatore spesso disorientato da un film che per di più cerca di percorrere generi diversi (il dramma, il giallo, il thriller) senza però avere in sé la forza e l’equilibrio per affrontarne uno solo» (D. Vanni, www.effettonotteonline.com).




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