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ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

Lungometraggi



Piccolo mondo antico
Italia, 1941, 35mm, 106', B/N


Regia
Mario Soldati

Soggetto
dal romanzo omonimo di Antonio Fogazzaro

Sceneggiatura
Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Alberto Lattuada, Mario Soldati

Fotografia
Arturo Gallea, Carlo Montuori

Operatore
Carlo Nebiolo

Musica originale
Enzo Masetti

Montaggio
Gisa Radicchi Levi

Scenografia
Gastone Medin

Arredamento
Ascanio Coccé

Costumi
Gino C. Sensani, Maria De Matteis

Aiuto regia
Alberto Lattuada

Interpreti
Alida Valli (Luisa Rigey), Massimo Serato (Franco Maironi), Mariù Pascoli (Ombretta), Annibale Betrone (Piero Ribera), Ada Dondini (la marchesa Orsola Maironi), Giacinto Molteni (il prof. Beniamino Gilardoni), Enzo Biliotti (Pasotti), Renato Cialente (cavalier Greisberg), Adele Garavaglia (Teresa Rigey), Carlo Tamberlani (don Costa), Giovanni Barrella (il curato di Puria), Elvira Bonecchi (signora Barborin), Jone Morino (donna Eugenia), Anna Carena (Carlotta), Giorgio Costantini (avvocato di Varenna)

Direttore di produzione
Giulio Niderkorn

Ispettore di produzione
Marcello Caccialupi

Produzione
Carlo Ponti per A.T.A. Artisti Tecnici Associati

Distribuzione
I.C.I.

Note
Nulla Osta n. 31.286 del 11.4.1941; 2.918 metri.
 
Fotografia degli interni: Carlo Montuori; fotografia degli esterni: Arturo Gallea.
Direttore d’orchestra: Fernando Previtali; assistenti alla regia: Dino Risi, Lucio De Caro; altri interpreti: Nino Marchetti (Pedraglio), Domenico Viglione Borghese (Dino), Emilio Baldanello (il dottore), Anna Mari (Carlina), Felice Minotti (proprietario dell’albergo), Attilio Dottesio, Franco Vitrotti (compagni di Franco), Mario Soldati (un soldato austriaco); direttore di produzione: Giulio Niderkorn; organizzazione generale: Angelo Besozzi.
 
Gli interni del film sono stati girati negli Studi Fert di Torino. Gli esterni in Lombardia e nell'Isola Bella (Verbania)




Sinossi
Franco Maironi, ragazzo di origini nobili, sposa Luisa, che proviene da una semplice famiglia borghese. La zia del ragazzo, la contessa Maironi, cerca di opporsi al matrimonio, ma invano: la donna si vendica diseredando il nipote e facendogli perdere il lavoro. Il matrimonio è comunque allietato dalla nascita di Ombretta, una bambina che crescendo si dimostra vivacissima. La Lombardia è ancora sotto il dominio austriaco e Franco viene arrestato a causa delle sue idee politiche. Durante la sua assenza da casa, Ombretta scivola nel lago e affoga; la giovane madre cade in uno stato di profonda depressione e accusa dell’incidente il marito, che si dedica alla politica trascurando la famiglia. Mentre la contessa prende coscienza delle ingiustizie provocate a Franco e alla sua famiglia e restituisce il patrimonio al giovane, Luisa riesce a superare la profonda crisi che l’ha portata quasi a perdere il marito e si riappacifica con lui.




Dichiarazioni
«Giravo, un pomeriggio di dicembre, una scena particolarmente difficile, con il povero grande Molteni, Alida Valli e Massimo Serato. Si trattava di un carrello laterale. La macchina doveva seguire di fianco, di profilo, i tre attori che  attraversavano la grande sala terrena della casa di Oria, passando davanti a una porta finestra  aperta sul giardino con lo sfondo fotografico del lago, e uscendo finalmente da una porta interna. [...] La difficoltà massima consisteva in questo: che la macchina, sul carrello, si fermasse, ogni volta, nell’attimo stesso in cui si fermava Molteni, ma si fermasse angolata in modo da non sforare. [...] Dopo tre o quattro ore inutili, tra prove e riprese, Molteni, come si dice in gergo, si smontò. E finalmente, mi smontai anch’io. Tirai un moccolo, gridai “Basta! La pianto! La pianto lì!” Mi ficcai in capo il basco, che mi ero tolto dalla rabbia, mi misi il cappotto, e mi avvicinai, con passo deciso, per uscire dal teatro: uscire di lì, a due passi, nei gelidi cortili della FERT, da dove però, avrei potuto bere con lo sguardo avido di libertà, sfumati nelle brume del precoce crepuscolo invernale, i prati della periferia di Torino, gli sparsi cascinali, le care forme azzurro cenere delle mie montagne. Un macchinista, silenzioso e allibito, scostò per me le pesanti portiere, scorrenti sulle rugginose coulisses. Una fessura: apparve il cortile, il muso di cinta, i prati, le brume e le montagne. Ma, nell’attimo che stavo per infilarmi nella fessura, una voce tonante risuonò nel teatro: una voce da dittatore, che per un secondo non seppi riconoscere: “Avanti! Tutti a posto! Si gira! Si continua a girare!” Era la voce di Alberto [Lattuada] Era quel momento di pazienza in più, che lui ebbe, e io non avevo avuto. Feci dietro-front, di colpo. Tornai al mio lavoro. Alberto, che si era seduto sul carrello al posto mio, accanto all’operatore Carlo Montuori, si alzò immediatamente: e sorrideva, mi sorrideva. Fu quello il lampo. Diventammo amici» (M. Soldati, “Cinema Nuovo” n. 145, 1960).
 
«Soldati mi propose di accompagnarlo a visitare certi esterni a Torino. Quel viaggio fu un vero e proprio esame di letteratura, arte, musica e cinema. Eccitatissimo, l’ho bombardato  dal principio alla fine come  un fuoco d’artificio. “Pigliamo questo Lattuada”, disse poi Soldati a Ponti» (A. Lattuada, in C. Cosulich I film di Alberto Lattuada, Gremese, Roma, 1985).





Mario Soldati ha sempre portato con sé un’approvazione non unanime della critica cinematografica: troppo legato al mondo letterario, regista calligrafico per alcuni e pericolosamente vicino a un cinema “di spettacolo”. All’inizio degli anni Quaranta, mentre alcuni cineasti iniziano a muoversi nel clima da cui nascerà il Neorealismo, Soldati continua con il suo cinema “inattuale” che ha caratteristiche chiare: soggetti tratti da romanzi ottocenteschi (Eugenie Grandet, Daniele Cortis tanto per citare alcuni titoli), grande cura per l’inquadratura e il décor, preferenza per l’ambientazione provinciale. Piccolo mondo antico è il  primo film nel quale si delinea tutta la sua maturità registica ed è anche un’impresa produttiva di primo livello, saggiamente amministrata dalla Ata di Leonardo Bonzi, marito della Calamai. Quando il film è distribuito nelle sale,  si rivela un notevole successo di pubblico.
 
«Questo film tanto atteso rappresenta innanzitutto un nobile sforzo di produzione, essenzialmente riuscito, da parte di un giovane organismo, la “Ata” di Milano, qui al suo primo lavoro. [...] Non diremo che il film sia perfetto; tutt’altro. Ci sembra che l’ampio materiale fornito dal romanzo non sia stato sciolto in racconto quanto sarebbe stato desiderabile. In altre parole: invece del criterio squisitamente narrativo ed emotivo della riduzione di Wyler da Cime tempestose, i riduttori di Piccolo mondo antico (tra cui erano nientemeno Mario Bonfantini ed Emilio Cecchi) hanno preferito tenersi, parrebbe, al criterio dell’“illustrazione”. Ovvero, rinunciando a tradurre in tensione i motivi più tipicamente letterari dell’opera (o tali in apparenza) ci si è limitati a punteggiare cose date per note agli spettatori, al modo stesso che un disegnatore appunta, per così dire, in immagini tutt’affatto parziali rispetto al mondo d’un romanzo, le scene di esso illustrandone un fuggevole aspetto. [...] Mario Soldati, se è apparso un malsicuro narratore cinematografico, s’è rivalutato appieno nella sua veste di uomo di gusto. È per questo che il suo film raggiunge un’alta bellezza formale, uno stile: basterebbe un tale risultato per assicurare un attivo prezioso a Piccolo mondo antico. [...] Egli deve molto ai suoi operatori, e specialmente a Gallea, che ha realizzato alcuni degli esterni più belli di tutto il cinema italiano; a Sensani a alla De Matteis, autori di costumi aggiustati e sensibili; a Enzo Masetti, autore d’un commento musicale esemplare; a tutti gli altri collaboratori» (G. Puccini, “Cinema”, 25.4.1941).
 
«La verità è che noi tutti eravamo un po’ in apprensione per questo film [...], noi che siamo passati nell’aura di quel mondo fogazzariano. Bisognava tradurre senza tradire, voltare in una forma esteriore e visiva, per la quale non era stata fatta, un’immaginazione letterariamente eclettica e realista, ma pena di profonde risonanze musicali e poetiche [...] Ebbene, per me l’assunto è pienamente riuscito. Si potrà dissentire su parecchi dettagli [...] ma in tutto il resto, cioè  in quello che veramente conta, era difficile conciliare più degnamente, e con più rispetto, l’anima del libro con le necessità commerciali del film. Soprattutto è riuscita la parte più gelosa e più difficile: la drammatizzazione visiva dei personaggi di Franco e Luisa e del loro conflitto. [...] Non solo, ma più ancora di questo, do atto agli autori del film di aver trasfuso [...] quel senso [...] di un presente arcano nelle luci del lago, nell’ombra delle notti, nella concatenazione di quei destini, che guida la mente sino alla soglia degli imperscrutabili disegni di Dio» (F. Sacchi, “Corriere della Sera”, 13.4.1941).
 
«Una riduzione cinematografica del notissimo romanzo fogazzariano da qualche tempo “era nell’aria”, come si dice fra produttori; [...] Fra i varii criteri che possono suggerire la riduzioni di un romanzo, è stato scelto quello più impegnativo e complesso: il seguire cioè quasi capitolo per capitolo, talvolta  persino battuta per battuta, con un ossequio tanto consapevole quanto prudente: più che di “riduzione” si potrebbe qui sovente parlare una traduzione” cinematografica. Ciò ha suscitato non pochi e non semplici problemi di ritmo; e se l’andamento del film è quasi sempre un po’ largo, talvolta un po’ lento, tutti gli episodi che precedono la fine della povera Ombretta, e in questa fine culminano, hanno un loro nerbo serrato che suscita un autentico brivido drammatico. [...] Alida Valli è Luisa: sobria, quasi asciutta, vibrante, in una costante comprensione del suo non facile personaggio, è certo questa la sua prova migliore. Le è accanto un esordiente, Massimo Serato, con la zazzera e il pizzetto di Franco: un giovane che fin d’ora è gia più di una promessa. Un’altra esordiente è la piccola Mariù Pascoli: espressiva, disinvolta, sicura, anche se un po’grandicella  per essere la povera Ombretta» (M. Gromo, “La Stampa”, 13.4.1941).
 
«Il film è molto piaciuto alla grande massa del pubblico ed ha destato vivaci critiche presso una piccola minoranza. La grande massa non aveva letto Piccolo mondo antico; la piccola minoranza era composta da facinorosi adoratori di Fogazzaro. I primi, non prevenuti, prendevano il film per quello che esso era, una nuova opera d’arte, che poteva avere la stessa ispirazione di un romanzo, o poteva aver preso da questo romanzo solo alcuni spunti o alcuni pretesti. Ma essendo un’opera d’arte, non poteva che essere diversa dall’altra opera d’arte che l’aveva preceduta, il romanzo. I secondi, invece, immersi completamente nel mondo del romanzo, dominati e suggestionati da tutte le immagini dei luoghi e dei personaggi che si erano creati durante la lettura della propria fantasia ed avevano amato, non potevano non soffrire nel ritrovare immagini completamente diverse. [...] È il caso di chiedersi, perciò, se per altre vie, e scostandosi il più possibile dal modello scritto, Soldati sia riuscito a produrre nello spettacolo le stesse emozioni che aveva già prodotto il romanziere; e se [...] non sia riuscito a dare alcuni almeno dei sentimenti fondamentali del romanzo, e cioè le due diverse atmosfere dell’ambiente di Luisa e dell’ambiente di Franco, l’incubo rappresentato dalla vecchia peccatrice, la sconsolata solitudine di Luisa di fronte alla debolezza del marito, l’incapacità di questo a conquistare la moglie. Elementi tutti che risultano non tanto da precise battute di dialogo, ma proprio dai mezzi espressivi più tipici di cui dispone il cinematografo, i movimenti ed i gesti, il loro tempo, gli intervalli di silenzio e di immobilità, lo scendere sui personaggi di una luce sempre più cupa, che lentamente li imprigiona. Senza dubbio v’è un punto del film, in cui vorremmo che i due sposi divisi, finalmente parlassero. È il centro, la croce del loro dramma. Nel romanzo occupa molte pagine introspettive. Soldati colloca i due attori davanti alla macchina di spalle, Luisa più vicino a noi, china sul cucito, Franco più lontano, che guarda fuori della finestra. Appena il grigio della scena è rotto dal chiarore della lampada, a fianco di Luisa. Attendiamo che parlino. E non parlano. Restiamo al di sotto di Fogazzaro, o di Ibsen, o di Sofocle, non v’è dubbio. Ma quel momento di intenso silenzio – nel quale manca persino il volto degli attori – ci costringe a rammemorare tutta la loro vicenda, e senza fatica dentro di noi sgorgano le parole che essi avrebbero dovuto dire. E senza Fogazzaro, senza Ibsen e senza Sofocle, arriviamo esattamente allo stesso punto dove essi ci avrebbero condotti. Senza belle parole, ma con belle luci, bei gesti, movimenti o immobilità – che sono i mezzi di cui il cinematografo si serve, del tutto diversi da quelli dei poeti» (A. Spaini, “Si gira” n. 2, 1942).
 
Il paesaggio - cosa rarissima nel cinema del Ventennio fascista - costituisce un elemento narrativo rilevante, non usato in termini di semplice illustrazione. «Per la prima volta nel nostro cinema abbiamo visto un paesaggio non più artefatto, pacchiano-pittoresco, ma finalmente rispondete alla umanità dei personaggi sia come elemento emotivo che come indicatore dei loro sentimenti» (G. De Santis, “Cinema”, aprile 1941).
 
«Piccolo mondo antico costituisce la sintesi del modello di “conversazione” con i modi di produzione culturale e ideologica elaborato [...] a partire  dalla “dissimulazione onesta” dei precedenti cameriniani, in cui si impone  il primato della messa in scena contro il contenutismo del cinema di ispirazione sociale e quello, “ambientale”, di stampo neorealista, e in cui l’orientazione  ideologica finisce assorbita dai segni del set e rielaborata attraverso il linguaggio del cinema» (L. Malavasi, Mario Soldati, Il Castoro, Milano, 2006). 
 
«Un Petit monde d'autrefois […] attira l'attention sur le nom de Soldati par d'indéniables qualités: l'utilisation dra­matique d'un paysage doucement mélancolique comme élément de l'histoire, un savoureux rappel de l'élan populaire au moment de la guerre de 1848 contre l'Autriche, le charme du visage d'une jeune actrice, Alida Valli, tout cela mêlé fit entrer une bouffée d'air frais dans le milieu calfeutré de Cinécitta» (A, Pietrangeli, “Revue du Cinéma” n. 13, mai 1948).


Scheda a cura di
Valeria Borello

Persone / Istituzioni
Emilio Cecchi
Mario Soldati
Arturo Gallea
Carlo Montuori
Carlo Nebiolo
Gino C. Sensani
Maria De Matteis
Alberto Lattuada
Alida Valli
Massimo Serato
Enzo Biliotti
Renato Cialente
Carlo Tamberlani
Gastone Medin


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