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ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

Lungometraggi



I demoni di San Pietroburgo
Italia, 2007, 35mm, 118', Colore


Regia
Giuliano Montaldo

Soggetto
Giuliano Montaldo, Andrej Konchalovskij

Sceneggiatura
Giuliano Montaldo, Paolo Serbandini, Monica Zapelli

Fotografia
Arnaldo Catinari

Musica originale
Ennio Morricone

Suono
Davide Palmiotto

Montaggio
Massimo Fiocchi, Consuelo Catucci

Effetti speciali
Renato Agostini, Stefano Corridori, Franco Ragusa

Scenografia
Francesco Frigeri

Arredamento
Francesco Frigeri

Costumi
Elisabetta Montaldo

Trucco
Jana Carboni, Luigi Rocchetti

Aiuto regia
Inti Carboni

Interpreti
Miki Manojlovic (Dostojevskij), Carolina Crescentini (Anna), Anita Caprioli (Aleksandra), Roberto Herlitzka (Pavlovic), Filippo Timi (Gusiev), Pamela Villoresi (Natalja Ivanovna), Giordano De Plano (Dostojevskij giovane), Patrizia Sacchi (Advotja), Giovanni Martorana (Trifonov), Emilio De Marchi (Gazin), Anna Basso De Marc (giovane donna), Sandra Ceccarelli (Natalia Ivanovna), Enzo Saturni (giovane Dottore), Carlo Colombo (Stellowsky), Steve Della Casa (quinto giudice militare)

Casting
Morgana Bianco

Direttore di produzione
Mara Cereda

Ispettore di produzione
Andrea Tavani

Produzione
Elda Ferri per Jean Vigo Italia

Distribuzione
01 Distribuzione

Note

Operatore steadycam: Alessandro Brambilla; assistente operatore: Claudio Cofrancesco; montaggio del suono: Andrea Caretti; assistente arredatore: Manuela Zappacosta; assistente al montaggio: Gianni Vezzosi; collaborazione alla regia: Vera Pescarolo Montaldo; assistenti alla regia: Nicola Marzano, Edoardo Petti, Valerio Valente; altri interpreti: Stefano Saccotelli (Servitore di Stellowsky), Giancarlo Judica Cordiglia (Durov), Francesco Marino (segretario di Pavlovic), Cristina Aceto (ragazza nuda), Danny Berger (secondo giudice militare), Marco Gandini (sarto), Federico Zaimbra (venditore ambulante); stunt: Alexandr Soloviev; location manager: Lele Perotti; segretario di produzione: Danilo Goglio; coordinatrice di produzione: Mara Cereda; collaborazione alla produzione: Rai Cinema.
Film realizzato con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte.

Le riprese sono state effettuate in 50 giorni in 51 diverse locations.
Locations: Russia, San Pietroburgo; Piemonte: Carignano, Venaria (Castello della Mandria), Certosa di Collegno, Castello di Racconigi, Torino (Cavallerizza, Archivio di Stato, via Vanchiglia, ex Poveri Vecchi, Lumiq Studios).





Sinossi
San Pietroburgo, 1860. Un attentato provoca la morte di un membro della famiglia imperiale. Pochi giorni dopo lo scrittore Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij incontra Gusiev, un giovane che è ricoverato in un ospedale psichiatrico. Gusiev confessa di aver fatto parte del gruppo terroristico e rivela che i suoi compagni stanno preparando un piano per eliminare un altro parente dello Zar. Il giovane gli rivela anche l’indirizzo di Aleksandra, il loro capo. Dostojevskij deve trovarla e convincerla a fermare questo nuovo atto terroristico. Lo scrittore è sconvolto. Sta vivendo giorni terribili, pressato dai creditori, dall’imminente scadenza del termine di consegna di un nuovo libro, dai frequenti attacchi di epilessia. Di giorno detta ad una giovane stenografa, Anna Grigorjevna, Il giocatore. Di notte continua l’affannosa ricerca del gruppo terroristico.



Dichiarazioni
«Mi ha colpito, di questo bel racconto, l’analisi del rapporto che l’autore ha con i suoi scritti, anche dopo tanto tempo dalla loro pubblicazione. Qual è la sua responsabilità morale? Che colpa ha se qualcuno uccide ispirandosi alle sue parole? Che nesso c’è tra chi predica la rivolta contro un governo ingiusto e chi fonda un gruppo terroristico? […] Non ho mai pensato a Sofri né a Toni Negri. Il terrorismo è una questione universale come lo è il ruolo degli intellettuali. Del resto, spesso, abbiamo visto che gruppi terroristici si ispiravano a leader che venivano dalle classi più ricche, più colte, più preparate. […] È un racconto di forte tenuta emotiva costruito come un giallo che usa Dostoevskij a mo’ di pretesto» (G. Montaldo, “La Stampa”, 3.2.2007).
 
«Questo vecchio progetto l'avevo accantonato anche perché, vent'anni fa, mi pareva che i russi non avessero alcun interesse a riflettere su Dostoieski. […] Dostoieski non ha mai rinnegato le sue idee, anche se i dieci anni passati in Siberia gliele hanno fatte cambiare. Un intellettuale deve essere coerente con se stesso. E tuttora nel mondo ci sono scrittori che rischiano la vita per quello in cui credono. […] Quando ci fu la rivoluzione comunista in Russia naturalmente non c'ero. Ma c'ero in Italia nel 1945: immaginavamo un mondo di speranze. Qualcuno mi ha rubato l'ottimismo. Sto ancora cercando chi è stato il ladro. Bisogna continuare a sognare. Ma senza ricorrere alla violenza, agli attentati, alle bombe. Nel film ho voluto raccontare proprio questa mia intolleranza. C'è un attentato, nella prima scena: viene ucciso un principe; ma muore pure una bambina e la madre, una povera contadina, piange disperata. II popolo paga un prezzo troppo alto quando si ricorre alle armi» (G. Montaldo, “La Stampa”, 22.4.2008).
 
«Torino ci ha offerto luoghi impareggiabili. La casa di Dostoevskij, per esempio, l'abbiamo trovata a Carignano. Identica, tra l'altro, al disegno che l'architetto aveva predisposto nell'eventualità avessimo dovuto ricostruirla in teatro! E poi, naturalmente, il Salone delle Feste della Venaria Reale che abbiamo scelto per rappresentare il palazzo del Granduca. […] Esiste una sorta di matrimonio urbanistico tra Torino e San Pietroburgo grazie all'opera di grandi architetti che lungamente hanno operato in entrambe le città. Penso a Rastrelli, a Rossi. Di conseguenza i personaggi possono camminare per le strade di San Pietroburgo ed entrare subito dopo in un salone di Torino, senza interrompere la continuità spazio-temporale tra un ambiente e l'altro» (G. Montaldo, in I demoni di San Pietroburgo. Un film di Giuliano Montaldo, Federico Motta Editore, Milano, 2007).
 
«La scommessa è stata quella di puntare sulla luce naturale. La mia ricerca è partita da lì. Giuliano mi ha spinto a fare delle scelte che io stesso probabilmente avrei ritenuto troppo ardite. Siamo di fronte a un regista che "vede" come pochi altri e che possiede una cultura dell'immagine incredibile! […] Giuliano mi ha offerto una grande lezione di concretezza. "A cosa servono tanti ciak se poi solo uno è quello che conta?". È una frase che sul set ho sentito ripetere varie volte e che ormai ho fatto mia... E poi non abbiamo buttato nemmeno un fotogramma. Ogni inquadratura è stata pensata, voluta e come tale mantenuta in fase di monaggio» (A. Catinari, in I demoni di San Pietroburgo. Un film di Giuliano Montaldo, Federico Motta Editore, Milano, 2007).





«Sono tante le città del mondo in cui Giuliano Montaldo ha lavorato e ambientato i suoi film. Dagli Stati Uniti al Sud America, dal Tibet al Medio Oriente, all'Africa. Ma due città italiane, Genova e Torino, così diverse e così vitali, rappresentano forse una sorta di binomio esistenziale dal quale l'ispirazione cinematografica del regista ha ereditato quel senso di concretezza nella denuncia che è il filo rosso di tutta a sua opera. [...] Genova e Torino sono spesso leggibili nel suo lavoro [...]. Sfondi che ritroviamo in Achtung! Banditi! ed Esterina, dove era rispettivamente attore e aiuto regista per Lizzani, in Tiro al piccione il debutto alla direzione, fino al suo ritorno al cinema, dopo una pausa di diciotto anni, con I demoni di San Pietroburgo dove,come già King Vidor per il suo Guerra e pace, ha voluto ambientare la San Pietroburgo di Dostoevskij a Torino e in Piemonte, tra la Venaria Reale e i teatri di posa del Lumiq. Il film, prima di emigare in Russia, ha avuto sette settimane di riprese nelle Regge Sabaude, non solo per la forte attrazione esercitata dalla Film Commission Torino Piemonte sulla Jean Vigo, coproduttrice del film con Rai Cinema, ma soprattuto per il solido legame di Montaldo con la città dove nacque il cinema italiano» (S. Casazza, San Pietroburgo a Torino, in I demoni di San Pietroburgo. Un film di Giuliano Montaldo, Federico Motta Editore, Milano, 2007). 
 
«Nel film lo scrittore deve lottare contro due intolleranze, che a loro volta sono l'una contro l'altra armate. La prima è l'intolleranza del regime zarista: uno stato autocratico che concedeva di tanto in tanto riforme - come l'abolizione della servitù della gleba, alla quale si accenna nel film - ma che di fatto accentrava il potere e azzerava ogni forma di opposizione. La seconda è l'intolleranza dei suoi giovani oppositori, pronti a uccidere in nome di un ideale astratto. [...] Idea: forse "macchina del tempo" è una definizione giusta per questo film. Una macchina che viaggia in due direzioni: porta noi nella Russia di Dostoevskij, porta Dostoevskij fra noi. Seguendo il film è impossibile non pensare alle BR e ai loro deliranti comunicati [...]. La macchina del tempo azionata da Giuliano Montaldo ci permette di osservarlo in vitro, al momento della sua nascita - una delle sue tante nascite» (A. Crespi,La Russia di ieri per raccontare il mondo di oggi, in I demoni di San Pietroburgo. Un film di Giuliano Montaldo, Federico Motta Editore, Milano, 2007). 
 
«Ci sarà magari qualche imprecisione. Il giocatore uscì sei anni dopo, nel 1866. La stenografa Anna Grigorievna Smitkina a pochi mesi dall'incontro divenne moglie di Dostojevskij nel 1867. Il tormento all'idea di “essere stato un cattivo maestro” parrebbe precipitoso: nel 1860 non erano ancora usciti Delitto e castigo (1866), Memorie dal sottosuolo (1864), L'idiota (1868), I demoni (1871). Dostojevskij quarantenne era bello, come si vede nelle fotografie d'epoca o nel ritratto di Trutovskij conservato a Mosca al museo dello scrittore: il bravo protagonista Manojlovic, gonfio, sulfureo, non coordinato, neppure lo ricorda. Non ha alcuna importanza. Giuliano Montaldo è tornato alla regìa di film dopo 17 anni di assenza, per raccontare questa storia che non ha nulla a che vedere con le biografie convenzionali: febbrile, nervosa, interiorizzata, è invece la vicenda viva d'un uomo straordinario. I demoni di San Pietroburgo ha valori produttivi impeccabili, è fatto benissimo, intensamente: persino il legame tra il presente e le schegge di passato in bianconero è fluido, naturale» (L. Tornabuoni, “La Stampa”, 25.4.2008).
 
«Ora un'algida San Pietroburgo viene ricreata nei palazzi piemontesi (fotografati da Catinari), perché Montaldo si lascia possedere da un racconto di Andrei Konchalovsky scritto da Paolo Serbandini, incentrato sulla figura di Dostoevskij. Pensare a un film sul grande scrittore russo potrebbe spaventare, ma in questo caso rivivere passioni, paure e malattie di Fjodor, nella sua epoca tormentata e inquieta come la nostra, ha una ragione. I giovani terroristi imbevuti di utopia che minano il potere autocratico dello zar e sono distanti dalle vere sofferenze del popolo, incarnano il demone della società russa di quegli anni - ne mancano cinquanta alla vera rivoluzione - mentre il cuore dello scrittore sanguina per amori non corrisposti e ideali esplosi nei suoi incubi. […] Narra le intimità spirituali e le frizioni sociali Giuliano, con alcuni picchi emotivi. Una "macchina del tempo" che si libra nel finale sospeso in cui la parola "libertà", più volte pronunciata, sembra essere una preghiera o soltanto una fallace speranza» (L. Pellegrini, “Rivista del Cinematografo” n. 5, maggio 2008).
 
«L'ambientazione sontuosa e complessa (una combinazione di Torino e San Pietroburgo) è esaltata dall'intervento scenografico di Francesco Frigeri, che amplifica al massimo grado i connotati universali, quasi a-storici dello spazio filmico; questa astrazione, attuata per mezzo di un esemplare lavoro di Arnaldo Catinari sull'immagine, è di fatto un adeguamento dello spazio scenico all'universalità dei temi. Solo parzialmente definita risulta invece l'intelaiatura concettuale del film, fondata sull'opposizione fra le tesi bakuniniane (fede religiosa come schiavitù, lotta armata e distruzione come uniche vie percorribili per la ribellione all'autorità costituita, ricerca a ogni costo della libertà universale) e la perdita di radicalità da parte di Dostoevskij che, pur continuando a sostenere la causa del popolo, rigetta la vocazione dei rivoluzionari alla violenza. […] Montaldo riesce a realizzare un film efficace coordinando le forti individualtà dei professionisti che compongono il cast tecnico. […] Il montaggio con un ritmo incalzante e puntuale scansiona spazi e azioni fisiche, tenendo conto di ogni suggerimento del sonoro […]. La resa sonora della travaglata personalità di Dostoevskij è il prodotto delle acute intuizioni del compositore che, come sempre, ignora il mimetismo storico per vogersi a una scrittura attuale. […] Morricome e Catinari sono, assieme al regista, autori del film e artefici dello sviluppo del suo tema: non è con la violenza che si riacquista a libertà perduita. Il tessuto sonoro e l'immagine veicolano il senso del racconto più felicemente del racconto stesso» (S. Buffa, "Segnocinema" n. 39, luglio-agosto 2008). 
 
«Siamo nella Russia del 1860, ma il nostro convulso presente pulsa in ogni fotogramma dei Demoni di San Pietroburgo, il progetto che Montaldo covava dagli anni 70 (anni di estremismo e poi di terrorismo, naturalmente). Fossimo a teatro i personaggi magari vestirebbero panni moderni, per chiarire la valenza metaforica e profetica della Russia del 1860. Le convenzioni del film in costume esigono il contrario: massimo scrupolo esteriore (anche se tutto, miracoli del cinema, è stato girato fra la Russia e il Piemonte), e insieme completa aderenza alle lacerazioni del nostro presente. Così Dostoevskij diventa il padre di tutti i cattivi maestri a venire, con un'aggravante che rende la sua figura ancora più tragica: il dubbio» (F. Ferzetti, “Il Messaggero”, 25.4.2008).
 
«Il protagonista, l’ambiente. Il periodo storico sono rappresentati benissimo: il Gran Sasso dei ricordi di prigionia e la Torino della casa dello scrittore si armonizzano perfettamente con l’autentica San Pietroburgo. Senza dire dell’esattezza dei costumi, delle uniformi, e della scelta suggestiva di certi luoghi come la cella dell’orologio sul campanile in cui si risolve lo scontro tra Dostojevskij e l’inquisitore. Chiara immagine, fra l’altro, della corsa contro il Tempo e del suo scandire fatalmente la Storia. [...] Non si può negare la sagacia del regista di paragonare i dilemmi morali del nostro scrittore a quelli dei suoi personaggi: [...] riconosco [...] che Montaldo sia sincero e in buona fede [...] ecco che questi démoni svolgono la loro funzione, quella di abitarci e di inquietarci. Insomma di interrogarci» (E. Comuzio, “Cineforum” n. 5/475, giugno 2008).
 
«Rappresentare Dostoevskij in un dramma dostoevskiano, opponendo l'ex deportato in Siberia, tornato al Baltico e all'ordine, all'anarchismo bombarolo del 1860. Vasto programma quello dei Demoni di San Pietroburgo, dove Giuliano Montaldo s'ispira a un'idea di Konchalovskij. In gioventù comunista, poi solidale con Sacco e Vanzetti nel suo film, ora Montaldo ha a sua volta un ritorno all'ordine: s'immedesima col Dostoevskij ormai reazionario e antiebraico, come dicono i Diari. Sceglie bene l'interprete nel serbo Miki Manoilovic, ma lo circonda d'italiani alla moda: la Crescentini, la Ceccarelli, Timi. Ne deriva un film di senescenza con attori da adolescenza: se ne apprezza il coraggio, anche se è sprecato» (M. Cabona, “Il Giornale”, 25.4.2008).
 
«I demoni di San Pietroburgo amalgama con pregevole equilibrio e sufficiente fluidità storia e romanzo, ma finisce con il nuocergli il tradizionale impianto illustrativo, inadeguato a restituire l'ambiziosa filigrana metaforica del racconto in cui s'evidenziano i ricordi dello scrittore e il processo che da rivoltoso aristocratico (o radical chic) lo ha trasformato in equanime indagatore delle debolezze dell'animo umano. Se, per esempio, è limpido e convincente lo slancio non solo moralistico, ma soprattutto razionale col quale si condannano gli astratti deliri ideologici e i brutali ricorsi alla violenza dei giovani rivoluzionari, non altrettanto riuscita appare l'immersione nel vortice delle contraddizioni dostoevskiane, spietatamente incalzate dall'indigenza e dall'epilessia, dall'assedio dei creditori e dall'urgenza di pubblicare quel meraviglioso racconto che si chiama Il giocatore. Bisogna, per la verità, aggiungere che Miki Manojlovic è un attore di carisma e non ha colpa della verbosità teatrale che affligge il suo ritratto; come del resto non possono lamentarsi della sapiente direzione di Montaldo l'emergente Timi e il fuoriclasse Herlitzka (il poliziotto Pavlovic). Manca forse uno scatto visionario che, nel corso dei cinque giorni in cui si sviluppa il dramma, trascenda la pure assai accurata ricostruzione di arredi e costumi d'epoca» (V. Caprara, “Il Mattino”, 26.4.2008).
 
«Mescolando la cronologia con una certa libertà e concentrando nei giorni in cui Dostoevskij scrisse Il giocatore anche una serie di attentati contro i membri della famiglia zarista, il film di Montaldo I demoni di San Pietroburgo rivela da subito le propri ambizioni: usare la Storia, anzi le storie - quella politica e quella letteraria, soprattutto - per riflettere sul ruolo dei “maestri” e sulla influenza che le idee hanno nel formare la gioventù. [...] Montaldo affronta questa materia senza sottolinearne troppo il possibile lato ideologico e soprattutto senza arrivare a stabilire un vincitore certo tra le idee "revisioniste" dello scrittore e quelle "rivoluzionarie" dei giovani, ma non sceglie nemmeno di scavare più a fondo nella psicologia di Dostoevskij e negli abissi di quell' anima umana che i suoi romanzi avrebbero saputo scandagliare in maniera così magistrale. Sceglie piuttosto una narrazione più tradizionale, antica verrebbe quasi da dire, che si ricollega direttamente allo stile delle sue regie anni Settanta e Ottanta e che sarebbe ingeneroso definire tout court televisiva (basterebbe il ricercato lavoro sull'illuminazione e la fotografia di Arnaldo Catinari per capire quanto poco il film sia debitore dell'estetica senza profondità in stile fiction), ma che non cancella l'impressione di un cinema fin troppo pedagogico, fin troppo equilibrato, più attento alle suggestioni del romanzesco che a quelle del visivo» (P. Mereghetti, “Corriere della Sera”, 25.4.2008).




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