Torino città del cinema
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ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

il progetto
Enciclopedia del cinema in Piemonte è un sito web consultabile gratuitamente dedicato alla catalogazione di tutta l'attività cinematografica e televisiva realizzata a Torino e in Piemonte dal 1900 ad oggi

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La nascita del cinema in Italia, le influenze i modelli e l'industria
Il fenomeno "Cabiria" e la stagione del divismo
Anni '30 e '40: lo schermo, l'arte e la cultura
Il Dopoguerra tra neorealismo e cinema popolare
Il cinema dei produttori e degli autori
Il cinema, l'immigrazione e la fabbrica
Il cinema underground e il cinema militante
Thriller, noir, una città scenario
Anni '80: festival, filmmaker e videomaker
Anni '90: la rinascita
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Anni '30 e '40: lo schermo, l'arte e la cultura

La crisi generale del cinema italiano durante gli anni Venti significa per Torino la chiusura di molte case di produzione, l’emigrazione di autori e attori, la rarefazione dell’attività negli studi. Il cinema torinese e piemontese cerca quindi altre vie, altri percorsi: accentuando il suo carattere di “città-laboratorio” ricca di artigianalità e imprenditoria, e facendo stretto riferimento alla vitalità dell’ambiente intellettuale della città. Nella prima metà del Novecento Torino si caratterizza per il fiorire dell’attività artistica, come testimonia la presenza del gruppo dei “Sei di Torino” (Jessie Boswell, Nicola Galante, Luigi Chessa, Paolo Menzio, Enrico Paulucci, Carlo Levi), che rappresentano alcune delle tendenze più interessanti nelle arti visive italiane, a cui si possono accostare nello stesso periodo Felice Casorati, Italo Cremona, Giulio Boetto, Teonesto Deabate, Massimo Quaglino. Questi e altri ancora iniziano un’attività cinematografica che li vede inventare scenografie ardite, intrise della loro sperimentazione visiva. Paulucci e Cremona si spostano presto a Roma, dove tra gli altri viene girato Pietro Micca, il film dedicato all’eroe per antonomasia della tradizione torinese, l’artigliere che si sacrifica durante l’assedio franco-spagnolo: e per quel film, del quale resta solo un frammento conservato dal Museo Nazionale del Cinema, risultano straordinari i bozzetti di Carlo Levi e le scenografie curate da Italo Cremona e Carlo Mollino. Ancora più straordinario è l’ambiente déco e modernista che caratterizza Contessa di Parma, il film di Alessandro Blasetti che meglio di ogni altro sintetizza la vitalità torinese del periodo e i suoi nessi con il cinema: le scenografie di Paulucci sono originali e inventive, e spiccano i titoli di testa che riproducono gli schizzi che in quegli anni vengono ideati per dare un nuovo volto al centro cittadino. Dal canto loro, Deabate e Quaglino sono coinvolti in Don Bosco di Goffredo Alessandrini(biografia romanzata del santo che per primo inaugurò una politica sociale della chiesa nella metropoli sabauda), ambizioso progetto con cui esordisce il produttore Riccardo Gualino, l’industriale e mecenate che segnerà con la sua Lux la storia del cinema italiano – mentre negli stessi anni sempre a Torino muovono i loro primi passi altre due leggende della produzione cinematografica: Dino De Laurentiis e Luigi Rovere. Torino e i suoi dintorni si caratterizzano anche come scenari perfetti per uno degli assi portanti del cinema italiano di quegli anni: i film in costume e “calligrafici”, trasposizioni di successo dei classici della narrativa e del repertorio teatrale sospesi tra melodramma e ambientazione storica, in cui nelle forme del genere si inseriscono significative suggestioni artistiche e sociali. In La damigella di Bard ad esempio, Mario Mattoli, il regista che firma anche i primi successi cinematografici del grande comico piemontese Macario, racconta a partire dal romanzo di Salvator Gotta un amore infelice e una solitudine senile, ma anche la decadenza dell’aristocrazia sabauda e l’avanzata delle nuove classi che la stanno soppiantando. In Addio, giovinezza! invece il talento di Poggioli e un cast indimenticabile trasformano la quarta trasposizione cinematografica della celebre commedia drammatica di Camasio e Oxilia in un ritratto memorabile della Torino universitaria di inizio Novecento e una struggente elegia del tempo e delle illusioni giovanili.
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